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Cop27: 2 a 0 per i cambiamenti climatici

di Agostino Da Polenza

La COP27, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, è finita al ribasso. Partita sulle sponde del Mar Rosso, senza i leader di India e Cina, è terminata con l’accordo sull’istituzione di un fondo dei Paesi ricchi per i danni provocati dai cambiamenti climatici, che però dovrà essere definito durante il 2023 e approvato l’anno prossimo alla COP28 in Arabia Saudita, uno dei maggiori produttori di petrolio del mondo. Nessuna risposta invece sullo stop alle emissioni, tutto come prima, comprese le inadempienze. UE e ONU deluse.

Se i ritmi di degenerazione violenta del clima sono quelli previsti dai modelli degli scienziati e che proviamo sulla nostra pelle ormai stagionalmente, allora è bene che ognuno cominci a organizzarsi per adattarsi ai cambiamenti climatici, cercando di mitigare i danni. “Ognuno” sono gli stati, i governi locali, gli stakeholder, le persone. Chi ha buon senso si costruisca un’arca o cerchi qualcuno che lo ospita sopra la propria.

Certo servono risorse, tantissime, quelle che i paesi poveri o emergenti chiedono a quelli ricchi. E tutti gli Altri? Forse si potrebbero attivare finalmente i meccanismi del mercato finanziario per spostare il costo della protezione della natura e dell’adattamento ai cambiamenti climatici dal finanziamento pubblico a quello della finanza privata. C’è da sperare che alla COP28, oltre che alle chiacchiere e al fondo di ristoro con prelievo dalle tasche degli Stati e quindi di tutti noi, si possa finalmente attingere anche dalla finanza privata, sempre più ricca e dominante, ma anche disposta, così sembrerebbe, a occuparsi dei destini del mondo. Con l’auspicio e la raccomandazione alla politica che questo non sia, stavolta, lo strumento per speculazioni selvagge e il green washing. 

COP27: Parliamo di montagne

Se le piccole isole saranno sommerse, come ci comunicano da anni alle varie COP e le pianure, dall’India a quella Padana, saranno allagate o invivibili perché soffocate dall’acqua salmastra, saranno le montagne a sopportare un’enorme pressione demografica e la loro naturale fragilità ambientale non potrà di certo reggere. Ce ne vogliamo occupare molto più seriamente? Dove sono gli scienziati dell’IPCC che ci lavorano? Dove le sessioni di lavoro alla COP?  Non ci sono solo i ghiacciai, che certo non stanno bene ma di cui tutti si occupano, probabilmente non avendo mai maneggiato altro ghiaccio che quello dei loro drink!

Le montagne oggi sono il 30% delle terre emerse, ma rischiano di diventare il 50% se il 20% delle terre emerse finisce sott’acqua. E il 20 % della popolazione che oggi le custodisce, rischia diventare il 40 o 50%, che le consumerà rapidamente nel disperato tentativo di “accogliere” i profughi ambientali delle pianure e quelli che fuggiranno dalle megalopoli. Scenari apocalittici? Sì, che non auguriamo né ai nostri nipoti né ai loro figli e nipoti.  Ma che possiamo rallentare e dai quali possiamo proteggerci con azioni di adattamento. Dobbiamo crederci. Certo le COP, come questa 27, fanno cascare le braccia a terra. 

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