Crediti immagine: Zdeněk Macháček via Unspash

Orsa JJ4: “Tragedia prevedibile. Dobbiamo imparare a pensare come una montagna”, intervista al prof. Sandro Lovari

Cosa vuol dire conservazione e gestione di animali selvatici e cosa dice la scienza sulle conseguenze dell’abbattimento di un esemplare come l’orso bruno? È possibile una convivenza con questi animali?

Il 5 aprile in Val di Sole, in Trentino-Alto Adige, ha perso la vita Andrea Papi, 26 anni, a causa di un
attacco da parte dell’orsa JJ4, ora catturata e trasferita al rifugio Casteller in provincia di Trento in
attesa che venga deciso per il suo futuro.
La tragedia ha riaperto il dibattito sul destino degli orsi in Trentino, reintrodotti circa 25 anni fa
con il progetto Life Ursus, approvato dalla provincia Autonoma e sostenuto dall’Unione Europea:
da un lato c’è chi ne difende la ratio di conservazione animale, dall’altro chi sostiene che la
situazione è oramai andata fuori controllo e che bisogna trovare un modo di gestire i grandi
carnivori.
Ma cosa vuol dire conservazione e gestione di animali selvatici? Cosa dice la scienza sulle
conseguenze dell’abbattimento di un esemplare come l’orso bruno? È possibile una convivenza
con questi animali? A queste e altre domande abbiamo provato a rispondere insieme al professore
Sandro Lovari, per anni docente di Etologia, Gestione della fauna selvatica e Biologia della
conservazione all’Università di Siena nonché attivo in vari progetti di conservazione e gestione
della natura in diverse parti d’Italia e in Asia.

Professor Lovari, parlando in generale di quella che è la situazione orsi in Trentino, anche alla luce di quanto accaduto, è stato un avvenimento che potevamo evitare?

Avvenimenti come questo erano più che prevedibili. Le responsabilità? Ci sono sicuramente delle responsabilità e queste a mio avviso risalgono a chi intraprese questa reintroduzione quasi 30 anni fa. In Trentino gli orsi sono stati riportati con un progetto specifico dopo che si erano quasi completamente estinti in quelle zone per via del bracconaggio. Un progetto a mio parere ben intenzionato, ma poco realistico in una regione delle Alpi oggi fortemente antropizzata e turistica.

Oltretutto l’inchiesta fatta a suo tempo per valutare l’approvazione del progetto da parte della locale popolazione non discriminò tra cittadini e i veri portatori di interesse, coloro cioè che avrebbero subìto conseguenze anche economiche di queste scelte, diluendone così il parere. Non ci si stupisca quindi che oggi il dibattito si manifesti con una forte polarizzazione tra persone che vogliono gli orsi e chi non li vuole”.

Possiamo dire che l’orso sia una specie aggressiva?

L’orso bruno è un grande carnivoro. Ha bisogno di molto spazio e cibo. Mangia dai 15 ai 40 kg di cibo ogni giorno dipendendo dal fatto se si tratti di un maschio o di una femmina in allattamento. Per coprire queste necessità alimentari ha solitamente bisogno di spazi molto ampi. Le femmine di orso possono occupare dai 50 ai 300 km² e i maschi superfici di gran lunga superiori, fino a superare 1500 km², in dipendenza della qualità, quantità e dispersione delle risorse alimentari. L’orso si muove insomma su spazi grandi, spostandosi da un centro di alimentazione all‘altro e ai siti di svernamento dove va in letargo.

L’orso bruno non è una specie territoriale, che cioè difende un territorio dalle intrusioni di altri orsi, ma – come ogni altra specie animale – difende sé stesso e la prole da eventuali minacce. Solo raramente attacca l’uomo per predarlo, cioè per nutrirsene, perché ha tante risorse alimentari alternative. Gli attacchi avvengono quando l’uomo volontariamente o involontariamente lo disturba magari sbucando all’improvviso da dietro un dosso o da una curva del sentiero. Due orsi che combattono si alzano sulle zampe posteriori: stare sulle zampe posteriori viene dunque riconosciuto dall’orso come un segno di possibile imminente attacco. E l’uomo ha il difetto di essere un bipede…

Possiamo dunque interpretare le reazioni di un’orsa come JJ4 in termini di protezione della prole. La sua aggressività può essere considerata come una forte azione protettiva nei confronti dei piccoli. Io non sono certo che quest’orsa abbia dei geni particolarmente aggressivi: potrebbe essere solo una madre particolarmente protettiva. Oltretutto quando sento parlare di “orsi recidivi” mi chiedo se non sia invece l’uomo a essere involontariamente “recidivo” nei confronti degli orsi, disturbando più volte lo stesso individuo”.

Si discute sulla possibile traslocazione di questi orsi per ridurre la densità di popolazione. Ma questo è il modo migliore per gestire la situazione?

Le folle chiedono ai politici azioni risolutive e i politici devono trovare un responsabile e una soluzione sempre, ma l’idea di catturare e traslocare ben 50 orsi è qualcosa che non sta in piedi per più di un motivo. In particolare, trasportarli dove?”

Su questo si è aperta una riflessione etica. Tra politici da un lato e ambientalisti dall’altro. Quale diritto prevale? La sicurezza pubblica o la vita e il benessere dell’orso? Ma siamo noi umani cattivi a voler allontanare questi orsi?

Noi siamo antropocentrici. In realtà tutte le specie sono specie-centriche, è l’evoluzione che funziona in questo modo. Non esistono specie altruistiche che accettino di ridursi di numero a favore di altre. Le specie si sono sviluppate per crescere di numero fino a raggiungere la capienza di quella particolare area, poi comincia la dispersione. L’uomo da questo punto di vista si è sempre comportato in modo naturale. Semplicemente la nostra grande capacità di adattamento – e di distruzione – ci ha portato a invadere le nicchie di moltissime altre specie e a moltiplicarci a loro discapito. Se questo comportamento specie-centrico può essere accettabile per le altre specie animali, lo è però molto meno per l’uomo che vanta una cultura e civiltà che dovrebbero essere superiori, imponendoci dei limiti.

Possiamo dire che con una corretta gestione possiamo riuscire a convivere con questi animali?

Non bisogna confondere gestione e conservazione perché sono due scienze ben diverse. La conservazione si occupa di preservare le componenti dell’ambiente naturale. La gestione è l’arrivo a un compromesso tra la presenza dell’uomo e la conservazione dell’ambiente. Qui in Trentino l’operazione iniziale è stata di conservazione, ma i tempi sono maturi per cominciare a parlare seriamente di oculata gestione e questo doveva essere chiarito sin dall’inizio. 

L’orso in montagna svolge diverse funzioni positive, da quelle più puramente ecologiche a quelle di attrazione turistica. Quando le leggi lo consentano, può anche essere oggetto di prelievo venatorio. Fin qui i benefici, poi ci sono i costi della loro presenza. Dobbiamo considerare il potenziale pericolo di incontri troppo ravvicinati con questi mammiferi che ovviamente cresce con la loro locale densità. La politica dovrebbe prendere responsabilmente atto di ogni aspetto, anche e soprattutto di quelli in prospettiva, e saper dire subito NO a progetti e azioni potenzialmente ardue da gestire in futuro. In alternativa bisogna saper intervenire con fermezza per riportare il contesto sotto controllo, ma è decisamente molto meglio evitare di cacciarsi in situazioni di difficile soluzione come quella attuale in Trentino. Nel caso specifico, penso che qualsiasi rimedio possa essere trovato produrrà malcontento in una cospicua fetta della popolazione”.

Ma anche il nostro approccio nel vivere gli ambienti più incontaminati forse deve cambiare?

La montagna non è né la nostra palestra né un parco-giochi. Dobbiamo imparare a ‘pensare come una montagna’ come diceva l’ecologo americano Aldo Leopold, cioè tenendo debito conto di tutte le variabili ambientali nel loro complesso. I boschi e le montagne sono habitat delicati, caratterizzati da flora e fauna adattata a ritmi fortemente stagionali, fra l’altro oggi turbati dal Cambio climatico in corso. Pensare di entrare in questi ambienti come se fossero parchi pubblici o, peggio, depredare e alterare è assolutamente sbagliato”.

Ora si discute circa la possibilità di eliminazione dell’esemplare. Da esperto di mammiferi, l’abbattimento dell’orsa JJ4 può essere efficace sulla risoluzione di questa situazione?

“Nonostante la simpatia verso gli orsi, temo che un individuo che bene o male per due o tre volte ha mostrato aggressività verso l’uomo debba essere eliminato o trasportato – con i suoi piccoli – altrove, come di solito fanno in Canada. Il problema è che “altrove” non esiste da noi, nel nostro paesaggio fittamente popolato da Homo sapiens. Dobbiamo quindi, ora, trovare un compromesso.

La sola eliminazione fisica o l’imprigionamento di quest’orsa si configura più come un temporaneo placebo che come una soluzione, un’azione insomma che tranquillizzi chi vuole essere tranquillizzato. Tra l’uccisione e l’imprigionamento, non saprei proprio cosa suggerire: se fossi al posto dell’orsa, preferirei essere ucciso piuttosto che vivere per molti anni in un recinto, dopo avere vissuto libero tra i boschi del Trentino.

Forse un prelievo venatorio ben organizzato, eseguito con personale qualificato, che non incida sulla struttura di popolazione, potrebbe aiutarne il contenimento, attraverso il prelievo annuale di un numero adeguato di orsi per ridurre il sovraffollamento pur mantenendo vitale la popolazione.

Rimane il fatto che la questione non si chiude eliminando questa orsa. Questa orsa ha la sola colpa di essersi comportata da orsa in un’area fortemente antropizzata. Altri problemi si manifesteranno in futuro quando gli orsi colonizzeranno le regioni vicine, che non ne avevano previsto la presenza”.

Forse c’è stata poca informazione sul territorio. Quali sono le potenzialità di una corretta informativa da parte delle amministrazioni?

“Il ruolo delle istituzioni, degli enti parco, è fondamentale per l’informazione pubblica, se vogliamo ridurre il rischio di incontri e di eventi tragici. Ma l’eliminazione totale del rischio è impossibile: questo deve essere chiaro”.

Cosa si può fare quando incontriamo un orso?

Dobbiamo far capire all’animale che non siamo un pericolo per esso e questo diminuisce moltissimo la probabilità di un possibile attacco. Come lo facciamo? Senza darci alla fuga perché così ci auto-definiremmo come “prede” aumentando la probabilità di un’aggressione. Dobbiamo rimanere padroni di noi stessi, indietreggiare lentamente, a piccoli passi. In questo modo riduciamo l’istinto di attacco e (forse) riusciremo ad allontanarci più tranquillamente. Facile a dirsi, molto meno facile a farsi… quando ci troviamo a qualche decina di metri da un’orsa con piccoli!”

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