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Montagna: dove inizia la “sostenibilità”? Il caso dei portatori del Monte Kenya

Motore di sviluppo regionale o sistema di potere che arricchisce le grandi compagnie dell’outdoor? Una riflessione sul turismo di montagna in un luogo d’eccezione carico di memorie, specchio dell’Africa che cambia.

Turismo di montagna in Africa?

In diversi Paesi del Sud del mondo si continua a guardare al turismo di montagna come a un volano per lo sviluppo sostenibile a base regionale. Al di là delle dichiarazioni ufficiali, l’obiettivo appare lontano, per non dire indefinito.

 In Africa, grande assente – con l’eccezione della Tunisia – del rapporto FAO-UNWTO (Organizzazione Onu per il Turismo) presentato un anno fa alla Giornata mondiale della Montagna, non è raro riscontrare situazioni di asimmetria e vuoti di tutela per coloro che, localmente, rappresentano il motore sia materiale che culturale di quel turismo. Tra i grandi rilievi della Rift Valley, la popolazione locale, incentivata dal discorso ufficiale di promozione/conservazione del patrimonio naturalistico, vive il cambiamento sulle proprie spalle e senza troppe garanzie. Un caso significativo è quellodei portatori attivi nel Mount Kenya National Park.

Guide e portatori di montagna: quali standard?

Tutte le guide e i portatori devono essere in possesso del tesserino di identificazione rilasciato dal Kenya Wildlife Service”: così è scritto sulla pagina web dedicata al Monte Kenya di un’impresa di turismo d’avventura fra le più gettonate, specializzata in trekking e ascensioni organizzati sui giganti della Rift Valley. Le guide e i portatori assunti, “anziché ‘ragazzi sconosciuti’ provenienti dalle strade delle grandi città, molti dei quali hanno precedenti penali e possono essere privi di qualsiasi esperienza”, sono “formate dalla National Outdoor Leadership School (NOLS)” e“accreditate” presso associazioni di riferimento, come le guide e portatori di Chogoria e del Monte Kenya, e il Mount Kenya Guide and Porters Safari Club (GPSC). 

La NOLS, scuola internazionale di sopravvivenza in natura, è nata in Wyoming a metà degli anni ‘60 e, dal 1974, ha una succursale per l’Africa orientale ad Arusha, in Tanzania. Nella sua prospettiva volutamente garantista, il passaggio citato restituisce piuttosto chiaramente lo squilibrio dei rapporti in gioco: un mestiere ambito anche dai giovanissimi, ma ad accesso ristretto; un’attenzione prioritaria alla sicurezza pubblica della clientela in un’area protetta di 715 kmq creata nel 1949 e diventata, nel 1997, Patrimonio mondiale dell’UNESCO. Nell’informativa generale, alla voce “expert guides” si legge: si osservano tutte le “KPAP porter welfare guidelines” – ci ritorneremo fra poco.  

Società statale dipendente dal Ministero del Turismo, istituita per tutelare la natura e la fauna selvatica attraverso un ampio sistema di aree protette, il KWS è attualmente regolato dal Wildlife Conservation and Management Act (WCMA, 2013), aggiornato e reso più stringente nel 2018, con l’obiettivo condiviso di “promuovere sinergie tra la conservazione della natura e la vita delle comunità locali attraverso la legislazione e il sostegno a partenariati innovativi con attori privati e comunitari”.

Linee-guida "etiche"

 Diversamente da quanto disposto per i rangers e lo staff amministrativo dei parchi, nella normativa keniota non troviamo una legge o un regolamento contenenti una disciplina specifica per la categoria degli operatori di montagna, siano essi guide o portatori.

Esistono invece delle “linee-guida etiche”, non sempre omogenee, applicate da società dell’outdoor che offrono pacchetti online diversificati, senza la necessaria intermediazione di un’agenzia. Come si può immaginare, queste raccomandazioni vincolano la compagnia privata che scelga di adottarle, dato che non esiste un accordo tra uno o più soggetti rappresentativi (un sindacato dei portatori e delle guide, un’associazione/organizzazione per la tutela del trekking etico, senza scopo di lucro, che si faccia portavoce delle loro istanze) e i Ministeri del Turismo e del Lavoro. Esse riguardano, principalmente: materiale e vestiario adeguati, sistemazione in rifugio o bivacco, i limiti di carico massimo, assistenza sanitaria e un’idonea copertura assicurativa.

Standard KPAP, Kilimanjaro Porters Assistance Project

A ben vedere, il defunto International Porter Protection Group (IPPG, nato in Nepal nel 1997), si preoccupava già di questi aspetti, stabilendo tetti di carico differenziati – escluso il materiale personale – secondo il contesto geografico: 20 kg per il Kilimanjaro (estensivamente: anche per il Monte Kenya?), 25 in Perù e Pakistan, 30 kg in Nepal. Nel caso in esame, lo standard è stato ripreso dalle KPAP guidelines (42 libbre = 19,05 kg), oggi applicate in ambito aziendale da tour operator (ad esempio: Tranquil Kilimanjaro e Wilderness Travel) attivi anche nel Parco del Monte Kenya.

Il Kilimanjaro Porters Assistance Project (KPAP), coordinato da una ong locale (la Kilimanjaro Responsible Trekking Organization, con sede a Moshi, Tanzania), nasce nel 2003 allo scopo di migliorare le condizioni di lavoro dei portatori di montagna. Il KPAP “assiste le aziende aderenti al progetto nell’attuazione di procedure che garantiscano un trattamento equo, presta gratuitamente materiale tecnico e offre corsi di formazione per incoraggiare e responsabilizzare i portatori” nel loro lavoro.

La paga minima giornaliera

Tra dicembre 2021 ed aprile 2022, circa 7500 portatori assunti dalle società partner hanno beneficiato di una paga minima giornaliera di circa 8,5 euro, con una trasparenza sulle mance raggiunta al 94,5%, tre pasti al giorno, materiale da bivacco di buona qualità (97,5% dei casi) e un’equa distribuzione dei carichi (per un massimo di 20 kg a persona) in rapporto al numero di portatori assunti.    

Il salario minimo giornaliero, in accordo con quanto raccomandato dalle rispettive autorità governative (Kilimanjaro National Park Authority – KINAPA – per il Kilimanjaro e KWS per il Monte Kenya), è soggetto a oscillazioni. Il GPSC, associazione rappresentativa di un “turismo di comunità”, garantisce 18,5 euro per le guide e 14 euro per i portatori, mentre il limite di carico individuale resta fissato a 20 kg.

Opportunità e diseguaglianza

Non tutte le aziende aderiscono alle linee-guida definite dal KPAP. Il salario di un portatore può scendere a 9 o anche a 6 dollari, mentre i carichi risultano anche raddoppiati. Quanto alle mance (tipping, un vero cerimoniale tra le guide), andrebbero destinate, con la massima trasparenza possibile, ai singoli membri del team. Nel caso di una società che non applichi le linee-guida, la mancia sarà il solo mezzo per compensare, almeno in parte, il danno subito da un corrispettivo troppo basso. Questo, però, non cambia i termini dello sfruttamento. Inoltre, considerando tempi e costi legati al tirocinio e le relative modalità certificazione, molti portatori scelgono la via informale per una maggiore libertà contrattuale.

I rischi connessi alle ascensioni in quota

Allo stesso tempo, la morte per ipotermia e altri rischi connessi alle ascensioni in quota con competenze ed equipaggiamento inadeguati, sono una realtà. Costituita dalla madre di una giovane guida, Warren Asiyo, morto a soli 14 anni per mal di montagna, la Warren Foundation  collabora con il KWS per promuovere la professionalizzazione delle guide e prevenire future tragedie: “Dal 2017, la nostra organizzazione ha riscontrato una diminuzione degli incidenti dal 2017. Fare rumore aiuta!”.  

In un recente reportage, si legge che la Mt Kenya Guides and Porters Association (MKGPA), in partenariato con il KWS, sta mettendo a punto un regolamento in materia: “Si è deciso, ad esempio, che il carico destinato ai portatori non dovrà eccedere i 35 kg”. Il dato non è certo un traguardo, e finora non è stato confermato né dal KWS né dall’Autrice dell’articolo, entrambi sollecitati sul punto. Al momento della sua registrazione, nell’aprile del 2012, la MKGPA contava 3000 membri. I club ad essa affiliati operano all’interno del Parco nazionale del Monte Kenya su tre percorsi principali: la Naru Moru Route, la Sirmion Route e, da Est, la spettacolare Chogoria Route.    

Perché allora, se il turismo esclusivo delle grandi montagne africane è un motore di sviluppo economico, lo Stato non si fa garante di una contrattazione collettiva che coinvolga, a livello nazionale, le rappresentanze delle guide e dei portatori?

Culture a confronto e sostenibilità

Molte sono le vie di salita che portano alla montagna sognata da Felice Benuzzi, quando, nell’inverno del 1943, approntava la sua straordinaria e temporanea evasione dal campo di prigionia britannico di Nanyuki.

Fin dai tempi delle prime ascensioni, l’antico vulcano che i kikuyu chiamano Kirinyaga, alto 5199 m, è in grado di catalizzare desideri di emancipazione: libertà di esplorazione; libertà dall’abbrutimento della guerra; creazione di una cultura alpinistica e di un mestiere che agisce da collante sociale, scardinando vecchi retaggi coloniali e tensioni inter-etniche; autonomia economica, riscatto individuale (uomini ma anche donne, i ragazzi delle periferie urbane e quelli delle zone rurali) e collettivo (agricoltori kikuyu, embu e meru).

Quelle dei portatori sono storie di vita, aspetti essenziali di un cambiamento assunto in solitudine e – è il caso di dirlo – sulle proprie spalle: acquistare un piccolo lotto di terra fertile, allevare animali da cortile, aprire un’impresa commerciale in città, pagare la retta scolastica ai figli, mandare soldi alla famiglia che vive in una contea lontana… Nel momento dell’esperienza condivisa, la montagna avvicina lo ‘straniero’ – l’escursionista al quale è offerto l’ugali e che, di ritorno al campo base, batterà le mani durante la tipping ceremony – ai protagonisti del cambiamento.

Il turismo di montagna può influenzare positivamente l'economia?

Una ricerca pubblicata a quattro mani nel 2012 (per le Università di Innsbruck e Amburgo) ha tentato di rispondere alla domanda se e come il turismo di montagna nella regione sia in grado d’influenzare l’economia e di ridurre le disuguaglianze sociali. 

L’indagine ci restituisce un quadro articolato, in parte contrastante. Al netto della propaganda nazionale, in linea con gli studi di settore già effettuati, si afferma che “l’attuale turismo afro-alpino intorno al Monte Kenya non può promuovere la riduzione della povertà né risolvere le carenze regionali”, legato com’è alla presenza di dinamiche e “condizioni neoliberiste”, che “impediscono di avviare cambiamenti fondamentali”. Questo tipo di turismo avrebbe anche “effetti limitati sulla sostenibilità socio-economica ed ecologica”. 

In sostanza, più che il potenziale del turismo quale fattore di riduzione della povertà, si contestano le modalità di un sistema che avvantaggia le istituzioni statali e i grandi tour operator. 

Esempi positivi

Esistono, però, esperienze locali virtuose:un obiettivo di questo studio è stato esaminare gli effetti della riduzione della povertà del turismo basato sulla comunità”. L’esempio del citato Mount Kenya Guides and Porters Safari Club (GPSC), che ha la sua base nella comunità di Naro Moru, è significativo per la sua comprovata “capacità di ridistribuire i reddito del turismo outdoor direttamente alle famiglie, evitando l’assorbimento esterno dei profitti” . L’effetto, anche se non produce automaticamente sviluppo su scala regionale, è quello di una “stabilizzazione dei mezzi di sussistenza delle famiglie rurali”.  

Ne deriva un bisogno di politiche più attente al dato sociologico e alle interazioni culturali nell’ambito delle comunità coinvolte. E – aggiungiamo – della costituzione, in Kenya come in altre parti del mondo, di un “Osservatorio sui diritti dei lavoratori di montagna” dotato di visibilità e rappresentanza. Un soggetto collettivo, in grado di fare informazione e creare un ponte tra pubblico e privato, attori del mercato turistico e organizzazioni di supporto localizzate, promotrici di un turismo di comunità aperto alle sfide politiche e ambientali. 

Fantascienza? Non più di quanto lo sia il concetto pubblico di “sostenibilità”.

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