Vincenzo Torti: lo sviluppo sostenibile delle montagne ha bisogno di formazione, informazione e coraggio

Nel suo intervento ad High Summit il presidente generale del CAI evidenzia l’impegno del Club alpino per una nuova consapevolezza ambientale e avverte: “La vera transizione ecologica non si fa con lo scempio delle pale eoliche, ma con un approccio al territorio rispettoso delle risorse ecosistemiche”.

Il valore dei servizi ecosistemici montani e l’impegno del CAI per un turismo consapevole, sostenibile e rispettoso dell’ambiente delle terre alte. Questi i temi che Vincenzo Torti, presidente nazionale del Club Alpino Italiano, ha affrontato nel suo intervento alla prima giornata di High Summit COP26, nell’ambito della sessione dedicata al tema “Montagne d’Europa, le strategie europee per le regioni alpine”.

Abbiamo voluto approfondire gli argomenti della presentazione attraverso questa lunga intervista, nella quale Torti si sofferma su svariati aspetti dell’approccio del Club Alpino alla questione ambientale.

 

Il termine servizi ecosistemici montani è stata una delle parole chiave del suo intervento. Cosa si intende con questa espressione?

“Devo innanzitutto premettere che il mio intervento ha preso spunto da un presupposto fondamentale e cioè che io rappresento la più grande associazione italiana che si occupa di protezione ambientale, specificamente mirata alla montagna. L’intervento del presidente generale del Cai non poteva parlare in generale di tutta quella che è la tematica dei servizi ecosistemici, ovvero dei servizi e delle risorse che gli ambienti naturali generano a favore dell’uomo. Vista quella che è la nostra storia, noi riserviamo particolare attenzione ai servizi ecosistemici montani e dedichiamo un grande impegno per valorizzarli e metterli in risalto, per una ragione molto semplice: spesso la pianura e non riesce a rendersi conto di quale rilevanza abbia la tutela di questi servizi in quella che poi è la ricaduta su su tutta la vita di tutte le comunità umane. I servizi di montagna riguardano ad esempio quelli che sono i “polmoni”del territorio, quindi tutto ciò che riguarda il sequestro dell’anidride carbonica da parte delle foreste e dei boschi. Da questi boschi viene poi tratta anche la biomassa forestale, che alimenta in misura sempre crescente le nostre disponibilità di energie rinnovabili. Ci sono gli effetti che le montagne producono sul clima come regolatori dell’umidità e della circolazione atmosferica. Poi l’acqua: le montagne del mondo danno fra il 60 e l’80 percento delle acque dolci disponibili. Un ultimo aspetto, non certo marginale, è che le montagne rappresentano per tutti noi una risorsa turistica con una valenza impareggiabile al giorno d’oggi per quanto concerne la qualità della vita: ovvero la possibilità di ritrovare il contatto con la dimensione della naturalità. Partendo da queste premesse mi è sembrato doveroso porre l’attenzione sul fatto che la nostra associazione sia stata fra le primissime realtà a sollevare le problematiche dei mutamenti climatici e delle loro ricadute”.

Da dove nasce questa particolare sensibilità del Club Alpino alla questione ambientale?

“Deriva dal fatto che alpinisti ed escursionisti sono a contatto diretto con l’ambiente montano. Pensiamo ai ghiacciai: coloro che vanno in montagna si sono accorti da almeno mezzo secolo che era in corso un cambiamento che ne erodeva le consistenze. Un qualcosa che negli ultimi anni ha avuto una accelerazione spaventosa. Un esempio è il Calderone del Gran Sasso, dove siamo stati qualche tempo fa con la rete delle università italiane. Guardando le foto del Calderone di vent’anni fa e camminando oggi su quelle pietre si capisce chiaramente perché noi abbiamo lanciato dalla montagna un grido di allarme che oggi comincia ad avere una qualche forma di ascolto, come dimostrano gli interventi e i confronti che si sono succeduti ad High Summit”.

La testimonianza e il “grido di allarme” lanciato dai frequentatori della montagna come viene recepito dal mondo della scienza e della ricerca?

“In realtà il Club Alpino Italiano non è costituito soltanto da soci e cittadini appassionati di montagna. In seno all’associazione c’è un comitato scientifico, che riunisce ricercatori di grande autorevolezza. Nell’ambito della glaciologia uno dei nostri soci più attivi è il professor Claudio Smiraglia, allievo del professor Nangeroni e che credo si possa ritenere senza tema di smentite uno dei più autorevoli glaciologi contemporanei. Da quarant’anni Smiraglia gira il mondo monitorando i ghiacciai per conto dell’Università di Milano e del CAI. Proprio lui, in modo molto marcato e incisivo, da almeno una trentina d’anni dice ciò che ormai tutta la comunità scientifica accetta come un dato di fatto: ovvero che il cambiamento climatico in atto è di origine antropica e che, se non cambiano il nostro modo di interagire con l’ambiente, i ghiacciai alpini sono destinati a scomparire”.

Un’altra tematica nel contesto della sessione i High Summit nella quale lei è intervenuto è quella della macroregione alpina, un’espressione che fa capire come le questioni e le problematiche dei territori alpini superino i confini territoriali e amministrativi dei singoli stati…

“La macroregione alpina è un modo di guardare a volo d’uccello tutta la realtà delle Alpi, con la consapevolezza che alcune tematiche sono per forza identiche perché le montagne hanno a sud e a nord una stessa funzione ecosistemica, ma che le Alpi rappresentano comunque una realtà composita, complessa e con ampie differenze. L’arco alpino si affaccia a sud in Italia, a nord abbiamo da un lato la Francia, la Svizzera. L’Austria e poi la Slovenia. Non sono tutte uguali queste aree, anche nell’ambito di uno stesso stato. Confrontando ad esempio il Comelico con l’Alto Adige si vedono due mondi: da una parte un turismo elitario con un benessere diffuso, dall’altra vallate che non so che non hanno nulla da invidiare a quelle dell’Alto Adige, ma che rappresentano una montagna che stenta a decollare. Questa montagna vorrebbe seguire il modello di sviluppo economico delle aree di maggior successo turistico, che spesso è basato sulla monocultura dello sci. Come CAI abbiamo approvato a livello centrale nazionale un documento che ritengo dimostri scientificamente che il futuro della montagna non sta nell’ulteriore proliferazione degli impianti sciistici, perché da 10 anni quello dello sci è un mercato stagnante e, soprattutto, perché la neve non arriva più”.

Esiste un modello di sviluppo alternativo e sostenibile al quale i territori montani dovrebbero puntare?

“Ancora oggi molti ritengono che investire sulla monocultura dello sci sia l’unica via per dare un futuro ai territori alpini. Dicendo questo mi riferisco esplicitamente a certe scelte strategiche che sono state fatte ad esempio nell’ambito del progetto delle Olimpiadi Milano-Cortina. Ma questa prospettiva è completamente errata e il tempo lo dimostrerà. Quello che è accaduto negli ultimi inverni ne è una dimostrazione. A causa dei provvedimenti anti Covid nell’ultima stagione invernale gli impianti da sci sono rimasti chiusi, eppure la montagna non è morta, anzi ha dimostrato di avere tutta una serie di opportunità che i fruitori turistici sono stati pronti a recepire. Ci sono stati momenti in cui trovare nei negozi attrezzature come sci da scialpinismo e racchette da neve era praticamente impossibile perché tutte le scorte di magazzino erano esaurite. Come CAI abbiamo promosso con successo tutto ciò che la montagna offre in alternativa allo sci e lo abbiamo fatto anche attraverso i grandi media come il Sole 24 Ore, che ci ha ospitato con quattro pagine nelle quali abbiamo proposto attività e itinerari alternativi, perché anche questo è importante: fare in modo che i frequentatori della montagna non si concentrino tutti negli stessi posti. Dalle Alpi agli Appennini, ovunque ti giri, ci sono località poco note ma splendide, che offrono qualcosa che di questi tempi è diventato un bene prezioso: ovvero il distanziamento e la possibilità di stare in posti meravigliosi senza ritrovarsi inglobati in una massificazione che ripropone in montagna il modello della città. In Italia abbiamo montagna ovunque e ovunque abbiamo luoghi e ambienti straordinari, che rappresentano la risorsa e il futuro del nostro paese. Noi ci stiamo impegnando al massimo per promuovere la conoscenza e la fruizione consapevole di questa risorsa. Basti pensare al lavoro che stiamo facendo con il Sentiero Italia CAI, che attraversa il Paese dalla Sardegna alla Sicilia, risale lungo gli Appennini e si snoda su tutto l’Arco Alpino circa per 7200 chilometri. Bisogna credere e investire in questa modalità di frequentazione turistica, perché i fatti dimostrano che questo è un modello sostenibile e di successo”.

L’approccio diversificato e sostenibile al turismo montano che il CAI propone è anche in sintonia con gli obiettivi di transizione ecologica che rappresentano uno dei punti chiave delle politiche di rilancio e rinascita del Paese…

“Assolutamente sì. Però con un’importante avvertenza: quando sentiamo parlare di transizione ecologica il timore grande che abbiamo noi del CAI è che si tratti di un bellissimo mantra, ma che poi la realtà consista in investimenti nel cemento e investimenti in quella cosa oscena che sono gli impianti eolici. Giusto per non avere peli sulla lingua: ci sono in progetto 6 chilometri di pali eolici alti 99 metri sul crinale appenninico della Toscana, una regione che ha costruito la sua fama e la sua fortuna economica sulla bellezza del paesaggio. E noi dovremmo devastare questo patrimonio per qualche centinaio di chilowatt di elettricità? Abbiamo bisogno sicuramente di energie alternative, ma che alternativa è un’energia che per essere prodotta deve generare un impatto di questo genere? Ogni pala eolica è alta 99 metri e le eliche hanno uno sviluppo di 60; ci vogliono 3 mila metri cubi di cemento per fare il basamento di ciascuna pala. Quei 3000 metri cubi di cemento, in cima ai crinali della nostra Toscana, quando mai e chi li toglierà?”.

Quali sono le proposte del CAI per affrontare il cambiamento climatico?

“Quello che noi proponiamo è approccio rispettoso alla natura, non invasivo e capace di autoregolamentarsi. La nostra è un’azione di formazione e informazione di chi fruisce dei servizi ecosistemici montani, a cominciare dalle risorse naturalistiche su cui si basa il turismo. Questo è ciò che facciamo quando diciamo che in certi periodi non è possibile arrampicare sulle pareti della Val Rosandra del Friuli per non interferire con la nidificazione dei rapaci. Oppure quando diciamo che il cicloturismo del CAI non può essere quello che prende d’assalto i sentieri senza preoccuparsi minimamente degli effetti che può causare in termini di erosione e smottamenti. Impegnarci in questa fruizione consapevole è un modo per contribuire alla protezione degli ecosistemi montani, che in questo momento già devono affrontare la drammatica situazione del ritiro dei ghiacciai.

Quindi cultura e informazione possono essere le basi di un cambiamento “dal basso” del rapporto fra uomo e natura?

“Entro la prossima primavera avremo tutti i volumi di tutti i 7200 chilometri del Sentiero Italia CAI. Questo vuol dire dall’estero arriveranno migliaia di turisti a camminare nel nostro Paese. Così come è accaduto per il Cammino di Santiago. Nelle zone dove questi cammini sono già stati promossi, penso ad esempio all’Umbria e al Lazio con il Cammino di Francesco e il Cammino di San Benedetto, questa vera transizione ecologica è già una realtà: ci sono paesi che oggi hanno moltiplicato i punti di accoglienza, dando lavoro in loco a giovani che altrimenti sarebbero dovuti andare via. C’è una richiesta di andare alla scoperta e alla conoscenza dei territori con modalità sostenibili che cresce in modo esponenziale. Ovviamente bisogna avere il coraggio di iniziare: il Cammino di Santiago che oggi conoscono tutti ci ha impiegato 20 anni per arrivare alla notorietà internazionale di cui oggi gode. Questo coraggio il CAI ce l’ha ed è per questo che ha lanciato il progetto del Sentiero Italia CAI”.