Dal G20 alla COP26: biodiversità e montagna al centro dell’agenda politica internazionale

Il meeting del G20 che si è concluso la scorsa settimana a Napoli ha rappresentato un punto di convergenza importante sulle tematiche dello sviluppo sostenibile, che, inevitabilmente, avrà ripercussioni sulle politiche internazionali legate alle aree montane.

Anche se nei documenti finali del G20 non si trovano riferimenti espliciti alle terre alte del pianeta, i capi di governo riuniti a Napoli, hanno però ribadito l’importanza, per il raggiungimento di modelli di sviluppo coerenti con la disponibilità di risorse del pianeta e la salvaguardia dell’ambiente, di questioni come la tutela della biodiversità e la gestione dell’acqua potabile, risorse che, in larga parte, dipendono proprio dalle montagne.

Non va dimenticato, infatti, che dal 60 all’80% delle riserve di acqua dolce della terra provengono proprio dalle aree montane e che da esse dipende la sopravvivenza di quasi due miliardi di persone.

Anche il tema della biodiversità vede negli ambienti montani un focus primario di riferimento, come hanno voluto evidenziare le Nazioni Unite lo scorso 11 dicembre, in occasione dell’ultima Giornata Mondiale della Montagna, dedicata proprio alla diversità biologica.

Una dedica più che doverosa se si pensa che, pur rappresentando solo il 25% delle terre emerse, le montagne ospitano ben l’85% delle specie di uccelli, mammiferi e anfibi.

Il dato è stato messo in evidenza qualche tempo fa dalla rivista Science, nell’ambito di una serie di pubblicazioni dedicate ai 250 anni dalla nascita del grande naturalista, esploratore e geografo Alexander von Humboldt, che dedicò alcune delle sue più importanti missioni esplorative proprio alle regioni di alta quota.

Michael Borregaard, ricercatore dell’università di Copenhagen e curatore delle pubblicazioni diffuse da Science, chiarisce come l’apparente paradosso che vede una così elevata biodiversità concentrata in un’estensione territoriale ridotta si possa spiegare proprio in virtù delle interazioni fra i climi eterogenei delle montagne e la variabilità morfologica e altitudinale del loro territorio.

“Nelle Ande settentrionali, una delle regioni montuose più ricche di specie – esemplifica Borregaard – c’è circa la metà dei tipi di clima del mondo, nonostante quest’area sia relativamente piccola rispetto ad esempio alla vicina Amazzonia, che è 12 volte più grande”.

La questione della biodiversità posta al centro dell’agenda politica dal G20 appena concluso rappresenterà un ottimo punto di partenza per i lavori cella COP26, la conferenza sul clima che si terrà a Glasgow dal 1 al 12 novembre prossimi, nella quale anche le montagne saranno ben presenti e rappresentate, visto che l’IPCC, il Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico, il più importante organismo internazionale voluto dalle Nazioni Unite per la valutazione dei cambiamenti climatici, ha da tempo individuato proprio la tutela degli ecosistemi montani come uno dei punti cardine delle strategie per la gestione del riscaldamento globale.