Franco Salerno: la riduzione dei ghiacciai montani è irreversibile

Il ricercatore dell’IRSA CNR commenta gli esiti del primo volume del 6° Rapporto di Valutazione dell’IPCC e conferma come anche le aree montane saranno interessate dai fenomeni di origine antropica che il report definisce “irreversibili su una scala di centinaia o migliaia di anni”

Dopo l’intervista a Sandro Fuzzi, in merito ai risultati del nuovo Rapporto di valutazione dell’ IPCC di cui è stato da poco pubblicato il primo volume, abbiamo voluto sentire l’opinione di Franco Salerno, ricercatore dell’Istituto di Ricerca sulle Acque del CNR, anch’egli impegnato in prima linea sulle tematiche connesse all’emergenza climatica.

Viste le sue specializzazioni ci siamo rivolti a lui per comprendere meglio che cosa emerge dal Rapporto IPCC in merito al tema delle risorse idriche del Pianeta, questione strettamente connessa con la ricerca scientifica in montagna, dato che le terre alte costituiscono il principale serbatoio di acqua dolce della Terra, al quale attingono miliardi di persone per dissetarsi e per le esigenze connesse all’agricoltura e all’approvvigionamento energetico.

“I cambiamenti nelle regioni di montagna hanno avuto impatti negativi in particolare sull’approvvigionamento di acqua dolce, energia idroelettrica, infrastrutture e trasporti – spiega Salerno – Abbiamo imparato negli ultimi decenni che i ghiacciai, il permafrost e la copertura nevosa hanno subito un declino generale in risposta ai cambiamenti climatici. Il ritiro dei ghiacciai e il disgelo del permafrost hanno ridotto la stabilità dei pendii, hanno moltiplicato il numero e l’estensione dei laghi glaciali e il deflusso dei fiumi. In generale, possiamo dire che il principale impatto dei cambiamenti climatici in montagna è sul ciclo idrologico. Pertanto, il nuovo Rapporto, ponendo fortemente l’accento sulle modifiche avvenute sul ciclo dell’acqua a livello globale, parla implicitamente di montagne, essendo ad esempio il 40% dell’irrigazione mondiale sostenuta da acqua proveniente da territori montani”.

Il Rapporto dell’IPCC, infatti, dedica un intero capitolo al ciclo dell’acqua: “C’era da aspettarselo considerando che l’innalzamento della temperatura modifica il bilancio energetico dell’atmosfera. In generale il motore del ciclo idrologico terrestre è l’energia del Sole, che riscalda continenti e oceani producendo l’evaporazione dell’acqua. Una volta in atmosfera, l’acqua eventualmente condensa e piove, tornado sulla superficie e chiudendo il ciclo idrologico. L’effetto serra modifica il bilancio energico dell’atmosfera e quindi il suo ciclo idrologico. In alcune zone pioverà molto di più e in altre molto meno, evidenti sono le ripercussioni per la nostra società che dovrà fronteggiare siccità ed alluvioni”.

A questo proposito il Rapporto rafforza ulteriormente la relazione causa-effetto tra l’aumento dei gas serra e il verificarsi degli eventi estremi: “Gli scienziati hanno messo appunto nuovi modelli climatici (per la precisione 5 nuovi modelli) che portano ad una migliore comprensione dell’influenza umana sugli estremi meteo-climatici nonché sulla loro stima futura – conferma Salerno – Personalmente perso che debba ritenersi concluso il periodo storico in cui erano leciti i dubbi, ora c’è poco tempo per agire, ossia bisogna evitare a livello globale l’utilizzo di combustibili fossili. L’azzeramento dei gas serra ridurrà gli squilibri che abbiamo prodotto al sistema energetico della nostra Terra. Come ho già detto lo squilibrio meteo-idrologico e i conseguenti eventi estremi sono il risultato dello squilibrio energetico dovuto all’innalzamento delle temperature. Se eliminiamo la causa dello scompenso (gas serra) ridurremo il rischio di eventi estremi e l’intero ciclo idrologico col tempo tenderà all’equilibrio”.

Gli scienziati dell’IPCC hanno però evidenziato come siano ormai in atto cambiamenti irreversibili in centinaia o migliaia di anni, anche a fronte di una netta riduzione dei gas serra: “Il Rapporto rafforza le conoscenze climatiche ed in particolare la consapevolezza che le attività umane sono la causa principale dei cambiamenti climatici in corso. Negli ultimi decenni il clima è cambiato in modo rapido, gli eventi estremi si sono intensificati e sono senza precedenti nella storia delle ultime migliaia di anni. Ormai è chiaro che questi eventi sono destinati a intensificarsi, diventerà consueto l’evento meteorologico inconsueto. La novità del rapporto è quella di porre l’accento sul fatto che, per certi versi, siamo in ritardo con la mitigazione del fenomeno (ossia con la riduzione dei gas serra) e per altri al limite. Di sicuro non possiamo aspettare più, non c’è più tempo per i dubbi: dobbiamo ridurre drasticamente e rapidamente le emissioni di CO2, metano e altri gas serra. Il fatto di essere in ritardo è dovuto all’analisi fatta nel Rapporto su alcuni impatti che vengono definiti irreversibili, molti altri invece possono essere ancora rallentati, ma è necessario limitare il riscaldamento globale al di sotto di 1.5°C. Questo obiettivo può essere raggiunto se le emissioni globali di gas serra verranno azzerate prima della metà di questo secolo”.

Fra i cambiamenti definiti irreversibili, precisa Salerno, ve ne sono diversi che riguardano in modo diretto gli ecosistemi delle terre alte: “I ghiacciai montani e polari sono destinati a continuare a sciogliersi per decenni/secoli. La perdita di carbonio dal permafrost in seguito al suo disgelo è irreversibile su scale temporali centenarie. Il Rapporto in modo molto lucido e realistico evidenzia che il ripristino delle condizioni pre-riscaldamento consisterebbero in un processo molto molto lento “definito pertanto “irreversibile”.

L’estremizzazione dei fenomeni atmosferici è un altro degli elementi messi in evidenza dal Rapporto. Anche nel più positivo degli scenari ipotizzati sembra che le comunità umane dovranno sempre più abituarsi a convivere con una maggiore frequenza di manifestazioni climatiche “violente” (siccità, precipitazioni estremamente concentrate, alluvioni, ecc). “A questo proposito – conclude Salerno – La comprensione teorica dei fenomeni associati al ciclo idrologico è migliorata in questo ultimo rapporto, grazie ad una maggiore disponibilità di dati e allo sviluppo di nuovi modelli matematici. Ora sappiamo per certo che estremi, quali fenomeni siccitosi o precipitazioni intense, saranno più intensi nel futuro. Dobbiamo mettere in atto strategie di pianificazione territoriale a livello locale per far fronte a queste situazioni sempre più frequenti alle quali non potremo fare a meno anche nel migliore degli scenari dell’IPCC. Negli ultimi decenni gli scienziati dedicano molti dei loro sforzi non solo a trovare nuove tecnologie per aumentare l’efficienza di energie alternative, ma anche a sviluppare idee e mezzi per farci trovare pronti a questi scenari. Pensiamo in campo idrologico, ad esempio, alle opere di prevenzione del dissesto, così come alle tecnologie per evitare gli sprechi dell’acqua e il miglioramento della sua distribuzione. La variabile che discrimina il successo e l’insuccesso delle nostre azioni per ridurre i rischi è però quella del tempo: dobbiamo fare in fretta a ridurre i gas serra e a mettere in atto strategie di adattamento”.