Maria Teresa Melis:
Citizen science e condivisione delle informazioni sono il futuro della ricerca

Maria Teresa Melis, docente dell’Università di Cagliari e membro del comitato scientifico di EvK2Minoprio, anticipa i temi ella sua relazione ad HighSummit COP26: il coinvolgimento dei cittadini nelle fasi di raccolta dei dati e le piattaforme Open Data come Mountain Genius sono essenziali per affrontare i problemi globali presentati dal cambiamento climatico.

Fino a pochi anni fa pensare ad un coinvolgimento diretto dei cittadini nei programmi di ricerca scientifica sarebbe stata quasi un’eresia. Da un lato non vi erano tecnologie sufficientemente “democratiche” in termini di facilità di utilizzo e accessibilità economica, e dall’altro c’era, da parte di un’ampia parte della comunità scientifica, un atteggiamento di sospetto e superiorità nei confronti dell’interferenza delle persone comuni in questioni così altamente tecniche.
Oggi il panorama è decisamente cambiato. La citizen science è una tematica all’ordine del giorno, sicuramente anche grazie all’attività pionieristica che portata aventi dai progetti di ricerca in alta quota compiuti nell’ultimo decennio del team di EvK2CNR, che ha sempre fortemente creduto nell’utilità della partecipazione e del coinvolgimento delle popolazioni locali.
Maria Teresa Melis, esperta di cartografia di base e cartografie tematiche dell’Università di Cagliari, ha preso parte a molte di queste ricerche e interverrà alla conferenza HighSummit COP26, nella sessione “Tecnologie dirompenti e sostenibilità socio-economica – Sfide e opportunità”, proprio per esporre le esperienze maturate, focalizzando l’attenzione sull’utilità dell’ampliamento della base di acquisizione dei dati poi della loro ampia condivisione su piattaforme aperte.

Può sintetizzare le tematiche che affronterà nel suo intervento ad High Summit?

“Sono stata invitata a parlare negli strumenti che si utilizzano per realizzare le cartografie e in particolare l’utilizzo di tecnologie da satellite. L’aspetto più interessante è il fatto di lavorare in zone remote, cosa che ci impone di utilizzare anche degli strumenti che permettano di vedere aree che non sono completamente accessibili e di vederle con una ripetitività che permetta anche di monitorare i fenomeni. In un momento come questo, in cui le variazioni del clima sono particolarmente evidenti, diventa importante utilizzare degli strumenti anche che in qualche modo ci consentano di “tornare” indietro nel tempo. Visto che i primi satelliti che monitoravano tutta la terra sono stati mandati in orbita negli anni Settanta, significa che da molto tempo abbiamo immagini di ogni porzione del Globo e di conseguenza dati da poter elaborare. Il mio contributo di ricerca nell’ambito del progetto EvK2CNR è stato proprio quello di utilizzare questi dati per creare un’informazione che possa servire a conoscere meglio il territorio, in particolare quello delle aree montane, e valutare le modificazioni che si sono manifestate”.

Accanto al prezioso archivio di immagini cui ha accennato, la tecnologia satellitare applicata alla ricerca in montagna è preziosa anche per la possibilità di realizzare rilevamenti georeferenziati, che consentono di stabilire, ad esempio, in modo estremamente dettagliato l’arretramento dei fronti glaciali…

“Esattamente, e questo tipo di rilievi e ricerche sono molto interessanti anche perché si avvalgono di tecnologie all’avanguardia, che interessano e coinvolgono molto i giovani. Questo è un aspetto molto importante, perché i giovani sono il futuro della ricerca, quindi è bello avere la possibilità di interessare e formare una generazione capace di gestire ad alto livello queste tecnologie all’avanguardia”.

Se non erro oggi queste tecnologie sono divenute, in alcuni ambiti, anche molto “smart”, sia in termini di facilità di utilizzo, sia per quanto riguarda i costi e l’accessibilità. È corretto?

“Sì, è così, In particolare l’utilizzo dei cellulari mobili rappresenta la nuova frontiera della raccolta di dati georeferenziati. I miglioramenti tecnologici degli ultimi anni ci consentono di effettuare rilevamenti con precisione sufficiente anche attraverso questo strumento, che oggi è a disposizione di tutti. Abbiamo effettuato ricerche nelle zone asiatiche del Pakistan ma anche in aree remote dell’Africa, proprio utilizzando gli smartphone. Questi device hanno al loro interno dei buoni dispositivi di geolocalizzazzione e, una volta sviluppata una app adatta a consentire l’interfaccia con l’utente per la raccolta dei dati, li si può gestire in modo molto più agile di quanto si possa fare con un computer o altre strumentazioni più tecniche. In questo modo è possibile ampliare la mole dei dati raccolti, inviando sul campo gli studenti, ma anche normali cittadini. Abbiamo avuto delle esperienze molto positive nel coinvolgere diverse tipologie di persone. Penso ad esempio ai guardia parco, che conoscono benissimo il loro territorio ma dai quali non è sempre facile riuscire a trarre informazioni. Utilizzando invece l’app che abbiamo sviluppato appositamente per il parco pachistano del Deosai abbiamo avuto un ottimo riscontro: loro si sono appropriati immediatamente dello strumento e si sono dedicati con molta sollecitudine e partecipazione alla raccolta di dati”.

Il coinvolgimento dei “non tecnici” e l’ampliamento della raccolta dei dati di base sembra essere uno degli sviluppi verso i quali la la ricerca sta puntando con sempre maggior interesse…

“Il mio interesse e quello di tutto il gruppo di lavoro di EvK2Minoprio è che le attività non siano soltanto accademiche, ma che l’accademia sia veramente al servizio della società e capisca quali sono le esigenze delle realtà locali coinvolgendole direttamente. Naturalmente questa modalità di raccolta ampliata dei dati impone nuove strategie di verifica. Ci vuole una grande attenzione da parte dei ricercatori nel selezionare e nel capire quali tipologie di dati siano realmente attendibili e utili. Però, soprattutto in quei paesi e quelle aree remote dove è già difficile accedere, avere a disposizione strumenti “democratici” che consentano una raccolta diffusa dei dati da parte della popolazione locale è sicuramente un enorme aiuto alla ricerca. Su questa impostazione si basa anche il grande progetto “Glaciers and Students” che vole realizzare il catasto di oltre 5000 ghiacciai del Pakistan, proprio attraverso un ampio coinvolgimento degli studenti locali”.

Questo tipo di strumentazione è destinata solo ad un utilizzo “di base”, o anche gli specialisti della ricerca possono essere interessati al suo utilizzo?

“In realtà negli ultimi periodi sta avvenendo proprio questo: lo smartphone, vista la sua economicità e praticità di utilizzo, sta diventando uno strumento interessante anche per gli specialisti e stanno nascendo app destinate ad un utilizzo specifico da parte dei tecnici della ricerca. Qualche giorno fa leggevo di un app che ha sviluppato l’ESA, l’Ente Spaziale Europeo, per la raccolta di dati geologici da parte degli astronauti che torneranno sula Luna. Non potendo certamente inviare dei geologi in missione spaziale si è pensato di sviluppare un applicazione sofisticata in modo da consentire proprio agli astronauti di acquisire informazioni preziosissime. Questa cosa mi fa molto piacere, anche perché conferma la bontà dell’intuizione del nostro gruppo di lavoro che è stato sicuramente all’avanguardia rispetto all’utilizzo di queste tecnologie”.

Accanto alla questione della citizen science, un altro argomento di grande attualità è quello delle piattaforme open data. Quali progetti sta portando avanti da questo punto di vista il gruppo di lavoro di EvK2Minoprio di cui lei fa parte?

“Il progetto più d’avanguardia è sicuramente Mountain Genius, all’interno del quale la parte dedicata alla condivisione delle informazioni nasce da un’esperienza decennale che abbiamo fatto con i primi sistemi di raccolta e di gestione dei dati d’alta quota nel sistema che si chiamava SHARE GeoNetwork, uno dei primi strumenti veramente open data. I dati che raccoglievamo erano davvero aperti a tutti: ai ricercatori come a qualsiasi altro utente del web. Tutto ciò accadeva proprio quando le prime grandi piattaforme nascevano in Europa. Grazie alla visione lungimirante di Agostino Da Polenza e Paolo Bonasoni noi siamo stati tra i primi a non avere minimamente il problema di mettere a disposizione degli altri in nostri dati. Perché una volta che l’acquisizione è stata fatta, una volta che i dati sono stati raccolti con grande dispendio di lavoro e di risorse, bisogna farli rendere al meglio e per farlo non bisogna tenerli gelosamente chiusi in un cassetto, ma condividerli nel modo più ampio possibile. Il progetto Mountain Genius prosegue con questa filosofia, che va oltre i personalismi accademici o dei ricercatori che pensano di essere gli unici proprietari dei frutti della loro ricerca. Questo approccio è fondamentale anche perché le nuove idee arrivano speso da persone che accedono ai dati che magari non sono esattamente quelle che stanno studiando con te. Può arrivare un’idea da anche da ragazzino dodicenne che scarica i dati e il cui sguardo, scevro da condizionamenti vede cose di cui un altro magari non si è neppure accorto”.