Leslie Stephen l’alpinista, padre di Virginia Woolf

Ricorre oggi l’anniversario dalla nascita di Leslie Stephen, padre di Virgina Woolf, ma soprattutto alpinista di spicco, tra i promotori dell’Alpine Club e poi curatore dell’Alpine Journal.

Il libro di Virginia Woolf “Una stanza tutta per sé” è fra i consigli di lettura che il Salone del Libro di Torino ha preparato per la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, il 25 novembre. La scrittrice inglese è fortemente connotata in senso femminista e pochi potrebbero immaginare che suo padre fu un alpinista di spicco, Leslie Stephen, nato il 28 novembre 1832 a Londra e morto nel 1904.

Quando venne al mondo Virginia, in realtà, Stephen aveva già smesso con l’alpinismo estremo: nel 1867 si era sposato e la prima moglie, Minnie Thackeray (figlia dell’autore de “La fiera delle vanità”), gli aveva chiesto di rinunciare alle salite più rischiose. Cosa che avrebbe purtroppo dovuto fare comunque quando, morta Minnie nel 1875, si risposò con Julia Jackson, che gli avrebbe dato quattro figli, fra cui Virginia Woolf. Sono Leslie e Jackie le figure con cui identificare i coniugi Ramsey protagonisti di “Gita al faro”, ambientato a Thalland House, in Cornovaglia, dove la numerosa famiglia si recò ogni anno fino al 1895. Per il resto la Woolf rimase estranea alla passione del padre.

Il divertimento come rivoluzione

Gli impegni famigliari e le preoccupazioni economiche e professionali non consentirono più a Stephen di darsi al suo sport preferito, l’alpinismo, con grandissimo rammarico. Uno sport, appunto, da mettere sullo stesso piano del cricket o del canottaggio, che come la pesca o la caccia porta a contatto “con gli aspetti più sublimi della natura”, per cui si vince quando si arriva in cima e si perde quando si rinuncia, e che coinvolge parecchie “energie fisiche e intellettuali”. Quello che Stephen scrisse nel suo libro più famoso, “The playground of Europe”, in italiano “Il terreno di gioco dell’Europa” (1871), sembra scontato per noi oggi, ma all’epoca causò più di una polemica. Il suo taglio scanzonato, contrario a qualunque santificazione dell’andare in montagna, ne fa il testo fondante di un nuovo modo di concepire l’alpinismo: salire per il piacere di farlo, senza altro scopo di farlo, nemmeno quello della ricerca scientifica. Un’attività inutile, cioè slegata da una qualunque utilità, come l’avrebbe definita Terray quasi cento anni dopo, nel 1961, eppure sublime e dotata di una sua dignità sportiva. Per questo Leslie Stephen è da considerare il fondatore dell’alpinismo moderno.

Anti-eroico Stephen lo fu per primo. Da piccolo era uno scricciolo, fisicamente poco prestante, spesso malato, anche a scuola i risultati erano poco brillanti (sembra di leggere la biografia di Shipton!), nonostante suo padre insegnasse storia a Cambridge, dismessa la carriera di ministro delle colonie. Abbandonata Eton, la scuola degli aristocratici, e pure il King’s College di Londra, passò al Trinity Hall di Cambridge perché più facile. E lì accadde l’incredibile: iniziò una carriera sportiva di successo nel canottaggio e divenne professore di matematica, letteratura e storia, poi critico letterario, scrittore, filosofo, autore e primo editore dell’“Oxford Dictionary of National Biography”, perfino prete, fino alla crisi spirituale.

La fondazione dell'Alpine Club

Finiti gli studi iniziò a viaggiare. Nel 1855 (quando nacque Mummery) andò in Austria, dove scoprì le montagne (non erano molti all’epoca ad andare nelle Dolomiti), ma fu due anni dopo che scoppiò la passione, con una traversata del Colle del Gigante. Fu solo l’inizio: negli anni successivi Stephen imperversò nel gruppo del Monte Bianco, nel Vallese e nell’Oberland Bernese.

Mosse dunque i primi passi proprio quando nacque l’Alpine Club, nel 1857, contribuendo alla stessa creazione della prima associazione al mondo di quel genere, modello per quelle a venire, fra cui il Club Alpino Italiano, nel 1863: e se sappiamo che l’atto di fondazione del CAI fu l’ascesa al Monviso da parte di Quintino Sella, William Mathews, l’ideologo dell’Alpine Club, ne fu il primo salitore nel 1861. Nasceva in quel tempo anche l’Italia come nazione.

Stephen divenne un esponente di spicco dell’Alpine Club, di cui fu presidente (1865-1868) e a seguire curatore della nota rivista «Alpine Journal» (fino al 1868). La sua intensa attività fu possibile anche perché all’epoca le Alpi erano largamente inesplorate, motivo per cui ritenne doveroso raccogliere tutte le relazioni dei soci dei loro itinerari: così nacque “Peaks, Passes and Glaciers”, uscito in tre volumi dal 1959 al 1862, con Edward Shirley Kennedy.

Fra le sue salite più famose, in cui si accompagnò spesso alle amate guide come Melchior Anderegg, ci sono la prima inglese al Weissmies (1859), l’apertura dell’attuale via normale al Bianco da Saint-Gervais (1861, con Francis Fox Tuckett), la prima salita assoluta al Monte Disgrazia (1862), la prima traversata dei Lyskamm, nel gruppo del Monte Rosa negli stessi giorni dello Zinalrothorn, nel Vallese (1864). Dopo la rinuncia all’alpinismo continuò comunque a frequentare le Alpi: nel 1869 fu con la prima moglie a Santa Caterina Valfurva (ci scappò allora qualche salita, per esempio al Gran Zebrù con la guida Pietro Compagnoni) e nelle Dolomiti di Primiero, dove ancora oggi qualche itinerario a lui intitolato ne ricorda il passaggio. Ma ancora nel 1873 compì la prima al Col des Hirondelles, nel Bianco, così da lui battezzato per aver trovato sul ghiacciaio uno stormo di rondini morte.

L'alpinismo del futuro

Quando uscì “The playground of Europe” Leslie Stephen era ormai alla fine delle sue “scorribande” nelle Alpi. Così le chiamò Edward Whymper, un altro grande alpinista contemporaneo di Stephen, nel titolo di “Scrambles amongst the Alps” (“Le mie scorribande nelle Alpi”), uscito nello stesso 1871, dove il primo salitore del Cervino (14 luglio 1865) ebbe il coraggio di affrontare la vicenda che lo aveva segnato per sempre. Una vicenda che sollevò una furiosa ondata di sdegno contro l’alpinismo, visto come attività stupidamente pericolosa. Fu grazie a uomini come Leslie Stephen che invece l’alpinismo riuscì a guadagnare un posto crescente nella storia dell’umanità. Un alpinismo giocoso, ma rispettoso dell’ambiente in cui avviene e del tutto lontano da ogni forma di sterile protagonismo.

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