Dan Osman, una vita in caduta libera

Una vita non convenzionale quella vissuta da Dan Osman. Scalatore, tra i massimi esponenti della pratica del free-solo, ha segnato una generazione influenzando quelle a venire.

Capelli neri lunghi fino alle scapole, occhi a mandorla, fisico da ginnasta e uno stile inconfondibile. L’11 febbraio 1963 nasceva Dan Osman, climber statunitense di origine europea e giapponese, anche se spesso è stato confuso con un nativo americano. Divenne famoso per i record di caduta libera controllata, ma prima si affermò come scalatore, in particolare nella disciplina del free-solo, che contribuì a diffondere grazie a imprese strabilianti per l’epoca, che hanno ispirato intere generazioni: terminavano gli anni ’80, Alex Honnold nasceva allora.

Una vita non convenzionale

Dan Osman amava la libertà e le montagne gliela offrivano con generosità: nessun lavoro fisso, se non qualche impiego come carpentiere, ma nottate sotto le stelle isolato dal mondo caratterizzavano la sua vita un po’ ribelle, un po’ folle, che in parete si traduceva nella pratica dell’arrampicata senza protezioni, in free solo, soprattutto nello Yosemite Park.

A scalare aveva cominciato a 12 anni, incoraggiato dalla madre che di mestiere si occupava di cavalli, e nonostante l’evidente talento i suoi progressi erano lenti. Però aveva stile, la sua eleganza colpiva tutti coloro che lo osservavano.

Sarebbe diventato uno dei più iconici scalatori statunitensi. Fra le sue vie più famose si annoverano Earn Your Wings (5.9 nella scala americana), Funky Cold Medina (5.10a), Buttons of Gold (5.9+) e Blood in My Chalk Bag (5.11 c/d). Famoso il suo record sulla via Bear’s Reach (5.7), sul Lover’s Leap, vicino a Lake Tahoe, un suggestivo specchio d’acqua verde tra California e Nevada, negli anni ’90: 4 minuti e 25 secondi. Una sfida affrontata per smentire chi affermava che in meno di sei ore non si potesse completare: «Ce la farò in meno di 6 minuti» pare che abbia detto.

Ne venne fatto un video che impazzò sul web (“Master of Stones IV”, di Eric Perlman, 1997). Al vederlo Alex Honnold fu così affascinato, da voler provare a battere quel record come omaggio al mito di Osman: ce la fece nel 2016, ma di appena 10 secondi e solo dopo aver ripetuto la salita decine di volte. Erano passati 20 anni.

(Nessuna) paura di cadere

Chi arrampica sa che è meglio imparare subito a cadere. Cadere fa paura, è normale, ma è un’emozione che può condizionare molto la progressione, anche se attaccati alla corda, anche da secondi. Quella paura può legare gambe e mani, limitare di molto la libertà dei movimenti. Ecco perché affrontare subito la paura di cadere è importante, serve a liberare la mente, ad alleggerirla e spingerla a guidare il corpo verso l’alto, un appiglio dopo l’altro.

Dan Osman di quella paura si innamorò. Lo racconta Andrew Todhunter in “Inseguendo la paura” (pp. 200, 17,50 euro, Versante Sud, 2012): era il 1989 e lo scalatore stava lavorando a Phantom Lord, a Cave Rock a Lake Tahoe, una via gradata 5.13 nella scala americana. Cadde almeno una cinquantina di volte. Era assicurato a una corda, ma una parte di lui temeva che avrebbe potuto farsi molto male. Incredibilmente, a prevalere fu però l’altra parte, quella che nella caduta trovò ispirazione: non era nello scalare, ma nel cadere, che avrebbe accolto la sua paura.

Fu così che Osman scoprì la sua vera vocazione: quella di lasciarsi andare in caduta libera per centinaia di metri, buttandosi giù di proposito da una roccia salita in free solo. Iniziò a farlo sempre più spesso. Per usare le parole di Todhunter, che con Osman passò due anni ad arrampicare: «L’alba del giorno del suo trentaduesimo compleanno, Dan Osman si sta preparando a infrangere il record mondiale, il suo stesso record mondiale, di caduta libera da una struttura artificiale. Senza usare altro che il suo equipaggiamento per scalare, corda, imbrago, e moschettoni rinforzati, salterà da un’altezza stimata di 180 metri da un ponte situato nel nord della California. Un ponte sospeso 200 metri sul fiume sottostante».

Proprio cercando di infrangere il suo record mondiale di caduta libera controllata di 300 metri (1.000 piedi) incontrerà la morte, tre anni dopo, il 23 novembre 1998, sulla Leaning Tower a Yosemite.

La corda si spezzò, partì un’inchiesta, ma ad oggi la vera ragione dell’incidente non è provata: la più accreditata riporta che il salto fu effettuato fuori dall’angolo di caduta che la corda poteva sopportare, e in effetti anche la testimonianza di Miles Daisher, l’amico che quel giorno lo assisteva e che poi chiamò i soccorsi, sembra confermarlo.

Nei giorni precedenti Emma, la figlia dodicenne di Dan Osman, lo aveva chiamato in lacrime. Era preoccupata per lui. Temeva che potesse succedergli qualcosa.

L’eredità, da Alex Honnold a Nasim Eshqi

Come dicevamo, Osman ispirò molti altri climber: Alex Honnold, dopo la ripetizione di Bear’s Reach parlò di lui come di un mito, tanto più che era cresciuto a due ore dove viveva lui, e non a caso dichiarò che una delle prime vie difficili che tentò fu proprio una di quelle aperte da Osman a Cave Rock, a Lake Tahoe.

In tempi più recenti, è Nasim Eshqi, la climber iraniana, a dichiarare quanto l’esempio di Dan Osman sia stato importante per lei. Ne parla nel suo libro, “Ero roccia, ora sono montagna”, appena uscito (pp. 176, euro 18,00, Garzanti 2024), dove si legge che la sua figura, resa «quasi epica» dalla morte prematura, «influenzò profondamente la percezione che avevo di me». Ispirata da quei capelli lunghi che sbattevano liberi nel vento mentre lui saliva sulla roccia come un acrobata, Nasim decise di non tagliare più i suoi, prendendo coscienza della sua forza nel suo essere donna. E non a caso a Dan Osman (e Giovanna d’Arco e se stessa) Eshqi ha dedicato la prima via chiodata nell’Alam-Kuh, un complesso roccioso a nord di Teheran: DNJ, ovvero Dan, Nasim e Jeanne d’Arc.

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