Alpinismo, rischio e consapevolezza, qual è il limite?

In questo editoriale la guida alpina Maurizio Gallo si interroga sul concetto di rischio in montagna. Una riflessione che parte dalle intenzioni e arriva fino alle attrezzature utilizzate.

Ormai da diversi anni il termine sicurezza in montagna (Montagna sicura, In sicurezza con la guida alpina, e molti alti esempi) è stata sostituita con termini come: valutazione del rischio o rischio residuo.

Ancora non si sa come questa valutazione del rischio possa diventare un parametro oggettivo e definibile in una procedura di comportamento o rimanga un parametro totalmente soggettivo per cui ognuno può darne delle interpretazioni completamente. diverse. Certo che il rischio nelle attività in montagna rimane molto elevato rispetto a molte altre attività outdoor: a esempio gli incidenti nelle traversate oceaniche estreme in solitaria sono di gran lunga meno frequenti, e di questo rischio chi frequenta la montagna deve esserne cosciente.

Anche il concetto di rischio accettabile è molto indeterminato e deve essere legato a una valutazione di tutti i componenti del gruppo e viene drasticamente ridotto se si tratta di una guida alpina con clienti.

Montagna spazio di libertà?

Dobbiamo ripensare anche all’idea di montagna spazio di libertà: spazio dove ciascuno può muoversi senza limitazioni o vincoli. Esistono vincoli legati alle indispensabili regole di accesso per evitare il sovraffollamento e il conseguente inevitabile inquinamento, esistono regole legate all’attrezzatura da utilizzare, esistono regole sulla responsabilità.

Andare in montagna comporta delle responsabilità sociali: verso gli altri frequentatori, verso i clienti di una guida, verso anche la famiglia sia se è a casa ad aspettarci sia se la portiamo con noi diventandone di fatto guida.

Siamo anche responsabili dell’immagine che diamo all’opinione pubblica quando poi succedono degli incidenti. La frase che tutti pronunciano dopo un incidente in montagna è: “se la sono proprio andata a cercare!”.

Attrezzatura e sicurezza

Approfondendo questa visione anche la scelta dei materiali che utilizziamo richiede maggiore attenzione: nel mondo del lavoro tutti i DPI devono essere omologati e non scaduti, siamo sicuri che le corde, le imbragature, i caschi che usiamo rientrino in queste categorie? Anni fa pochi utilizzavano l’ARTVA e oggi tutti gli scialpinisti lo utilizzano, e invece chi va con le racchette da neve? l’AIRBAG sta entrando nell’attrezzatura dei free rider, ma non ancora molto negli scialpinisti, come il casco. E se poi succede un incidente?

Oggi dobbiamo sapere e accettare che siamo in una situazione molto diversa rispetto a 20 e anche 10 anni fa: la presenza delle assicurazioni è entrata in maniera “pesante” nelle nostre attività in montagna e non possiamo non tenerne conto. Si vedono cose indicibili sulle ferrate: bambini legati con corde vecchie e consunte, caschi recuperati dalla cantina e via così.

La mediatizzazione della montagna

Allo stesso tempo oggi i media e i social entrano su tutte le notizie di cronaca compresi gli incidenti in montagna: se fino a qualche anno fa un morto in montagna rimaneva nella stretta cerchia di amici o al massimo di una comunità ristretta, oggi diventa subito esteso al largo pubblico, spesso con commenti e giudizi totalmente fuori luogo, superficiali e scorretti.

Da una parte tutti sappiamo che la montagna è sempre piena di incognite e rischi, dall’altra ci trinceriamo dietro quella falsa sicurezza che vede gli errori degli altri e mai i propri.

Leggiamo decaloghi sui consigli, istruzioni per l’uso che poi quando si mette piede su un ghiacciaio, gli sci sulla neve o le mani sulla roccia purtroppo servono a molto poco.

Ai puristi questi discorsi sicuramente non piacciono e danno anche fastidio, ne sono sicuro, ma è una visione che non può più essere trascurata e messa nel cestino.

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