Stefano Bocchi: “Youth4Climate” ad High Summit

Il moderatore Stefano Bocchi presenta la sessione speciale della conferenza internazionale sulle montagne e i cambiamenti climatici, che vedrà protagonisti gli studenti dell’Istituto Tecnico Agrario di Minoprio, dell’Università Statale di Milano e del Politecnico

Dare voce ai giovani nell’impegno per la gestione del cambiamento climatico è diventato qualcosa di più che uno slogan. Negli ultimi anni ha preso forma e sostanza nell’agenda internazionale la consapevolezza che il futuro è dei giovani e che, di conseguenza, in una battaglia come quella per la gestione del climate change, nella quale si decide il destino del Pianeta, le nuove generazioni sono stakeholders portatori di interesse qualificato, delle cui istanze è doveroso tenere conto.
Testimonianza di questo cambiamento di rotta è l’evento “Youth4 Climate” che si terrà a Milano nell’ambito dei lavori della PRECOP26 (in programma dal 28 settembre al 2 ottobre a Milano) e che avrà un’anteprima a Minoprio, dove la conferenza internazionale sulle montagne High Summit ospiterà una sessione speciale, appositamente dedicata ai giovani.
Moderatore della sessione è Stefano Bocchi, docente presso il dipartimento di Scienze e Politiche ambientali dell’Università Statale di Milano.

Professor Bocchi, come nasce l’idea di includere i giovani nei lavori di High summit?
“Tra gli organizzatori ci sono istituti e università che, come tali, evidentemente avevano la possibilità di proporre una sessione giovani. Minoprio è sede di un istituto che prepara dei giovani nel campo dell’orto-florovivaismo, abito nel quale le problematiche e le sfide del cambiamento climatico sono sicuramente all’ordine del giorno. Poi c’è Unimont, la sede staccata dell’Università Statale di Milano che si trova ad Edolo ed è pertanto una delle poche realtà in Italia, se non in Europa, localizzata in territorio montano. Abbiamo quindi la possibilità di avere un rapporto stretto e di grande coinvolgimento con la realtà giovanile rappresentata dagli studenti. L’idea di coinvolgerli è nata in modo spontaneo ed è stata subito accettata con entusiasmo: quale miglior contesto per interagire con i giovani su tematiche così attuali e importanti, se non quello dei luoghi dove si fa formazione ed educazione di elevato grado?”.

Come è strutturato questo High Summit dei giovani?
“Già da alcuni mesi i ragazzi dell’Istituto Tecnico Agrario di Minoprio stanno lavorando divisi in gruppi ciascuno dei quali approfondisce uno degli otto argomenti che corrispondono alle diverse sessioni della conferenza High Summit. Un primo gruppo terrà la relazione sul tema delle azioni per il clima e COP26, quindi rifletteranno sulle questioni più importanti in gioco nel prossimo Summit sul Clima e, soprattutto, si chiederanno: noi cosa possiamo fare? Un secondo gruppo ha approfondito la tematica relativa alla gestione dei ghiacciai e risorse idriche. Il terzo ambito di riflessione è molto interessante e complesso: si parlerà di ecosistemi, biodiversità e aree protette. Il quarto è la mitigazione del cambiamento climatico, quindi tutte le varie possibilità di intervento per la riduzione dei gas serra. Il quinto è tecnologie dirompenti, dove l’aggettivo “dirompenti” ha un doppio significato, sia positivo che negativo rispetto agli effetti che queste tecnologie possono avere sui cambiamenti climatici. Il sesto tema è benessere in montagna. Si affronterà il concetto del Global Planetary Health, quindi il benessere la salute individuale in relazione al benessere e alla salute del pianeta. L’ottavo argomento è l’utilizzo dei droni in agricoltura di precisione. Poi ci sono altri due contributi che verranno portati da uno studente di Unimont e da uno del Politecnico”.

Quello che emerge dai titoli è un approccio molto pragmatico. Quando si parla di giovani e clima si rischia sempre di finire su proclami molto idealistici che però hanno difficili ricadute pratiche, qui invece gli studenti hanno lavorato su tematiche molto concrete…
“È così, anche se una cosa non esclude l’altra: la sola tecnologia, non accompagnata da una visione più alta della scienza e della cultura, rischia di essere dirompente in senso negativo e, viceversa, una filosofia o una visione troppo alta, che non tenga conto delle effettive capacità della tecnica e della tecnologia, rimane lontana dalla realtà e dagli interessi dei giovani. Il tentativo è quello portare avanti assieme queste cose, perché una rinforza l’altra. Avere una visione del futuro e una sensibilità avendo anche tecniche, tecnologie e conoscenze molto più specifiche genera un’accoppiata vincente che questi ragazzi, secondo me, sottolineeranno nei loro interventi”.

Qual è il valore aggiunto che può portare alla ricerca questa apertura di ascolto nei confronti dei giovani?
“Il coinvolgimento dei giovani è estremamente stimolante, perché, diversamente, il rischio è quello che si crei una distanza tra due realtà: da una parte il mondo accademico dei docenti, che si sono formati in periodi molto diversi dall’attuale e hanno spesso un approccio che potremmo definire ancora “novecentesco”; dall’altra i giovani, che chiedono sempre di più un rinnovamento sia della ricerca sia della didattica. I momenti in cui i giovani parlano, soprattutto sui temi come il cambiamento climatico e la sostenibilità, sono importanti. Speriamo che lo facciano molto molto sinceramente e senza peli sulla lingua, perché è un dialogo che spesso nelle aule non viene sviluppato con la dovuta attenzione e sensibilità. Spesso la ricerca e della didattica evolvono con un ritmo troppo lento rispetto alle aspettative dei giovani”.

Quali sono queste aspettative, in particolare rispetto a un evento come la COP 26?
“Io colgo sempre un grandissimo interesse, perché si sta parlando di loro e del loro futuro. Quando vengono chiamati in causa rispondono con entusiasmo e con grandi speranze. Forse c’è anche la paura che le aspettative di un cambio di passo nella lotta al cambiamento climatico possano essere deluse e diluite dai meccanismi della politica e dai ritmi dello stesso ambiente scientifico. Insomma i giovani portano all’High Summit e nell’agenda internazionale per il contrasto alla crisi climatica tutta la loro voglia di contribuire e l’obiettivo comune è quello di cambiare una situazione che ormai è decisamente critica. Loro questo lo percepiscono chiaramente e sono consapevoli del fatto che non c’è più tempo da perdere per invertire la tendenza, spesso molto più consapevoli di chi oggi insegna o fa ricerca ed era giovane 20 o 30 anni fa, quando non c’era evidentemente tutta questa urgenza”.